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Il 6 ottobre 2017 nella sala del Conservatorio un trio formato di ex borsisti della De Sono Associazione per la Musica, ha inaugurato la nuova stagione di concerti. Gianluca Angelillo ha studiato a Mosca tra il 1989-1994, Giacomo Agazzini a Fiesole tra il 1990-1995, Claudia Ravetto a Mannheim nel 1994-1995. In programma Sei pezzi in forma di canone op. 56 di Schumann, Contrappunti n. 1, 17 e 4 da L’arte della fuga BWV 1080 di Bach, Trio in re minore op. 120 di Fauré e una prima esecuzione del compositore contemporaneo Andrea Chenna.

 

Il tema della serata era “Contrappunti”. Cosa unisce questi brani musicali?

G. Angelillo: Quello che unisce è il contrappunto, l’arte di sapersi parlare: l’obiettivo della musica da camera. Sia il pezzo di Schumann che L’Arte della Fuga di Bach non sono stati scritti per trio. Quindi il dialogo va adattato. È una bella sfida perché la cosa più difficile è l’arte di saper comunicare per ascoltare.

C. Ravetto: Ovviamente Chenna non ha pensato al contrappunto nel senso classico. Però il fatto che suoniamo, dialoghiamo con la voce di poeti secondo me è anche una forma di contrappunto in senso lato. È una forma di contrappunto. Ho scoperto una cosa curiosa: Schumann ha scritto questo brano fra aprile e giugno del 1845 e a maggio del 1845 è nato Fauré.

G. Agazzini: È un contrappunto storico!

 

Quali problemi interpretativi sono emersi?

G. Agazzini: Nel contrappunto comincia sempre un musicista e prosegue un altro. Ci sono ruoli completamente diversi. Perché chi arriva per primo espone, invece il secondo deve tener conto di cosa ha detto l’altro e di cosa sta facendo lui in quel momento. Ci sono due tipi di difficoltà: sia il cambiamento delle armonie nella linea melodica, sia l'obbligo di fare la stessa parte in due momenti differenti.

 

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Potrebbe raccontare qualcosa di più sul Suo pezzo che ha previsto l'elettronica?

A. Chenna: Tutto è partito dal fatto che sono rimasto stupito di trovare le registrazioni delle poesie lette dai loro autori (come Joyce, Yates, Bachmann). Ho pensato di scrivere tre pezzi totalmente diversi come i caratteri dei poeti con due musicisti dal vivo in dialogo fra loro grazie al colore dei loro strumenti. Uso l’elettronica perché credo che sia una cosa interessante: l'elettronica comincia dove finisce lo strumento. In una sala così grande e dispersiva come il Conservatorio sarebbe stato quasi impossibile bilanciare la voce registrata dei poeti con gli strumenti acustici di oggi. Sono stato obbligato a pensare a una amplificazione, dopodiché a cercare di creare il colore per ogni poesia.

 

Grazie al sostegno della De Sono avete avuto l’opportunità di completare la vostra formazione musicale all’estero. Questa esperienza vi ha cambiato tanto?

G. Agazzini: Gli incontri con i grandi insegnanti sono una grande ricchezza, una fonte diretta di interpretazioni, della storicità e della tradizione, che solo chi ha vissuto nell’ambiente riesce a raccontare.

C. Ravetto: Studiare in Germania è stata un’esperienza particolare. È stato l’ambiente tedesco, molto organizzato, con un livello scolastico altissimo. Grazie all’insegnante Michael Flaksman ho vinto la selezione europea che mi ha consentito di partecipare al «Seminario Piatigorsky» negli Stati Uniti: è stata un’esperienza bellissima. Il confronto con le altre scuole nazionali arricchisce moltissimo.

G. Angelillo: Per me è stata un’esperienza importantissima ai confini del sogno. Saltare da un ambiente buono a uno di livello pazzesco. Attraverso il mio insegnante avevo l'impressione di ricevere i consigli di Prokof’ev e di Šostakovič. Si può parlare della scuola russa per molte ragioni: il linguaggio, l’approccio allo strumento, il canto etc. Quello è proprio il fondamento. Cerco di spiegarlo anche ai bambini quando insegno.

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Elena Belova